
Approfondimento - Ddl Stupri, il confine tra consenso e dissenso
Il recente dibattito intorno al Ddl Stupri, il nuovo Disegno di Legge in materia di violenza sessuale, ha riportato al centro dell’attenzione pubblica una questione cruciale: che cosa si intende davvero per consenso e quale tutela reale viene garantita alle vittime nei tribunali e nella società?
Ai microfoni del Capoluogo è intervenuta sul tema Alessandra Sucapane, avvocata del Centro Antiviolenza “La Casa delle Donne nella Marsica” e della Cooperativa BeFree, realtà impegnata da anni nella prevenzione e nel contrasto alla violenza maschile sulle donne, anche attraverso attività di sensibilizzazione e formazione nelle scuole.
Il cuore della discussione è l’articolo609-bis del Codice penale, che disciplina il reato di violenza sessuale. Secondo Sucapane, il punto critico del nuovo Ddl riguarda la trasformazione del consenso in dissenso: “Nella formulazione iniziale del testo il fulcro era il consenso della vittima, successivamente trasformato e ridotto al dissenso, con l’effetto di spostare l’attenzione dall’assenza di consenso alla pretesa di una manifestazione attiva di opposizione da parte di chi subisce violenza“.
Il primo testo del disegno di legge stabiliva che la mancanza di opposizione o resistenza non potesse essere interpretata come consenso e che, per tutta la durata del rapporto sessuale, fosse necessario un consenso libero e attuale. “In assenza di un consenso libero e attuale, l’atto configurava il reato di violenza. Il testo riformulato dalla Commissione Giustizia del Senato, presieduta da Giulia Bongiorno e presentato il 22 gennaio, ribalta invece questa impostazione: oggi è la persona che subisce violenza a dover dimostrare perché non ha reagito, come ha resistito o perché non ha espresso un “no” abbastanza forte, nel tono giusto e nel momento giusto“, spiega l’avvocata.
“Nelle aule di giustizia la donna vittima di violenza è spesso chiamata a ricostruire nel dettaglio quanto subito, con l’autore del reato presente, che può tentare di intimidirla. Questo compito risulta estremamente gravoso dal punto di vista emotivo“. Molte vittime, ricorda l’avvocata, non riescono a esprimere il dissenso verbalmente: “Il rifiuto può manifestarsi attraverso il silenzio, l’immobilità o la paura, e in molti casi la violenza non viene neppure raccontata a familiari o persone di fiducia, per vergogna o timore delle conseguenze. In sede di processo, pertanto, diventa complesso dimostrare come la vittima abbia espresso dissenso anche quando non ha pronunciato a parole un ‘no’“.
Un ulteriore elemento critico è il contesto in cui avvengono la maggior parte delle violenze sessuali: “La maggior parte delle violenze si consuma nelle case, all’interno di famiglie segnate da maltrattamenti sistematici, dove manifestare un dissenso chiaro è spesso pericolosissimo o impossibile“.
“Uscire dalla violenza è un percorso complesso, perché molte donne finiscono per interiorizzarla. Tuttavia, – sottolinea Sucapane – è possibile spezzare la spirale: abbiamo incontrato donne che, anche dopo anni, sono riuscite a denunciare e ad avviare un percorso di emancipazione e rinascita“.
Secondo l’avvocata, il problema non riguarda solo le aule di giustizia, ma il messaggio culturale che la norma trasmette “perché nutre un immaginario che colpevolizza chi subisce violenza, che rivittimizza, che chiede a chi ha subito come, se e quanto forte ha detto no“.
“Con l’introduzione del concetto di consenso libero e attuale, l’Italia si stava finalmente adeguando alla Convenzione di Istanbul, ratificata nel 2014, seguendo l’esempio di altri Paesi europei come Spagna, Francia, Belgio e Germania. Il nuovo testo, invece, segna un allontanamento da quel principio fondamentale: non è la resistenza a dimostrare lo stupro, ma l’assenza di consenso“. Secondo Sucapane, questa scelta rappresenta un arretramento culturale e giuridico che rischia di mortificare ulteriormente il ruolo della donna-vittima.
Inoltre, è emersa con forza la necessità di un lavoro che vada oltre la dimensione legislativa. “Bisogna lavorarci, soprattutto sul piano culturale. Con la cooperativa BeFree operiamo nelle scuole, promuovendo percorsi di educazione e sensibilizzazione: informare, usare le parole giuste, far sentire le persone coinvolte è un passaggio fondamentale per capire e prevenire la violenza“.
Dopo l’adozione del nuovo testo base in Commissione Giustizia del Senato il 27 gennaio, le organizzazioni femministe hanno annunciato nuove forme di mobilitazione. Il 15 febbraio torneranno in piazza oltre 100 città italiane per protestare, sottolineando che “il consenso non è una formula giuridica da riscrivere: è un diritto, è autodeterminazione, è libertà. Ogni tentativo di indebolirne il significato produce arretramenti gravi nella tutela delle donne e delle soggettività più esposte alla violenza“.
