
Approfondimenti - Cosa significa consenso
da ingenere.it di Ilaria Boiano
La percezione sociale del consenso è modellata da miti dello stupro e norme culturali che rendono il rifiuto di una donna rischioso, perfino impensabile in alcuni contesti. Per la formulazione di un consenso libero e attuale è necessario tenere insieme autodeterminazione e disuguaglianze che deformano le scelte. Una lettura femminista del dibattito giuridico in corso
La violenza sessuale non è mai stata, per il femminismo, un problema di fraintendimenti individuali o di comunicazione difettosa. È sempre stata letta come un fenomeno strutturale, inscritto nei rapporti di potere che attraversano la sessualità, il diritto e l’organizzazione sociale. Anche la letteratura più recente, pur provenendo da campi disciplinari diversi, continua a convergere su questo punto: la violenza sessuale è un fatto sociale e politico prima ancora che un evento isolato, e si intreccia con ruoli di genere, ideologie patriarcali e gerarchie che rendono accettabile la dominazione maschile e “plausibile” l’appropriazione sessuale delle donne, delle ragazze, delle bambine e di tutte le persone che si trovano a fare esperienza di una condizione di soggezione e dipendenza.
In questa cornice, la narrazione – anche da parte di giuristi e operatori della giustizia – che riduce il problema a “malintesi” o a una comunicazione ambigua è già parte del problema, perché oscura l’asimmetria che struttura l’incontro e sposta l’attenzione dal potere alla percezione individuale. In questa genealogia, il diritto non appare come uno strumento neutro di protezione, ma come uno dei luoghi in cui la violenza viene selezionata, resa intelligibile o negata. Per lunghi decenni, il paradigma tradizionale fondato su forza, minaccia e coercizione ha reso giuridicamente leggibili solo alcune forme di violenza, lasciandone altre nel fuori-campo: l’incapacità di opporsi, il freezing, la soggezione relazionale, la pressione insistente, l’abuso di posizione. È esattamente qui che si colloca l’enorme fatica – politica prima ancora che dogmatica – di reimpostare il problema attorno al consenso, con la consapevolezza che anche questo elemento presuppone una lettura inscritta in un ordine simbolico complesso.
La letteratura empirica mostra, infatti, quanto sia fragile l’idea di consenso come “semplice accordo”. Da un lato, gli studi sulle concezioni sociali della sessualità evidenziano che le persone distinguono tra sesso consensuale e non consensuale non solo sulla base di un sì o di un no, ma in relazione a reciprocità, rispetto, qualità della comunicazione, percezione del benessere emotivo e possibilità concreta di sottrarsi. Dall’altro, una parte consistente della ricerca dimostra che miti dello stupro, ruoli di genere e aspettative normative incidono direttamente su ciò che viene riconosciuto come consenso e su ciò che viene minimizzato come “zona grigia”, con effetti prevedibili sul giudizio sociale e giuridico. In altre parole, il consenso è un significato socialmente prodotto, e quindi attraversato da stereotipi, inclusi quelli sessisti.
È qui che la critica femminista radicale al consenso – e il lessico di Catharine MacKinnon – conserva intatta la sua forza: la prospettiva che interroga il consenso come dispositivo interno a un ordine patriarcale, capace di travestire coercizione e disuguaglianza da scelta individuale, continua a funzionare come bussola critica anche nel dibattito contemporaneo sulle riforme, proprio perché impedisce di confondere l’adozione di un linguaggio attualizzato con una trasformazione materiale dei rapporti di potere nelle relazioni. Il punto, confermato anche dal dibattito più recente sul diritto internazionale, è che anche la centralità processuale del consenso può produrre, se non governata, uno spostamento della scena giudiziaria sulla credibilità della vittima e sui dettagli della sua condotta, mentre l’analisi delle condizioni coercitive e strutturali rischia di essere ignorata. La discussione dottrinale contemporanea su consenso e colpevolizzazione insiste, infatti, sulla necessità di tenere insieme definizione del reato e standard di responsabilità, per evitare che l’intero conflitto si risolva in una disputa “parola contro parola” o, peggio, in una valutazione moralistica dei comportamenti.
Il nodo del contesto diventa allora decisivo, ma non come catalogo di indicatori per stabilire se una donna “abbia rifiutato in modo riconoscibile”, come oggi si legge nei comunicati delle forze politiche di maggioranza al Senato. Il contesto va inteso come la trama concreta di poteri, norme, dipendenze e aspettative che produce adattamento e rende spesso impraticabile l’espressione di un consenso libero. La letteratura sulla violenza sessuale nelle relazioni intime mostra con chiarezza quanto sia facile, in presenza di una storia relazionale e di precedenti rapporti consensuali, negare o minimizzare l’evento violento, attribuire colpe e ridurre l’accaduto a equivoco o conflitto di coppia, con effetti devastanti sul riconoscimento della violenza e sulla possibilità stessa di nominarla. Allo stesso modo, le ricerche sulle minoranze sessuali e sulle traiettorie segnate da trauma e socializzazione eteronormativa mostrano come i repertori culturali della sessualità incidano sulla capacità di negoziare consenso e dissenso e su ciò che viene percepito come “normale”. La questione del contesto smaschera inoltre l’insufficienza delle formule semplificate in relazione all’intossicazione da sostanze: numerosi studi evidenziano quanto le persone sovrastimino la propria capacità – e quella altrui – di prestare consenso in contesti di consumo di alcol, per esempio, normalizzando scelte che risultano in realtà degradate nella loro libertà.
Nei contesti digitali e nei nuovi ambienti di socialità sessuale, “educazione al consenso” e “pratiche del consenso” risultano poi fortemente dipendenti dalle norme e dalle aspettative che regolano uno specifico ambiente, confermando che il consenso non può essere ridotto a mantra (“yes means yes”, “no means no”) senza interrogare i nodi che implica. La ricerca su norme culturali e prevenzione insiste, infine, su un punto che parla direttamente al diritto: miti dello stupro e rappresentazioni distorte del consenso incidono in modo decisivo sulle pratiche di negoziazione sessuale e sulla tolleranza verso condotte coercitive, e la loro disattivazione è una condizione materiale – non retorica – per qualsiasi promozione effettiva della cultura del consenso.
La differenza non sta solo nelle parole con cui si definisce il reato, ma nel modo in cui l’ordinamento distribuisce la responsabilità e decide chi deve sopportare il rischio dell’ambiguità, se si guarda comparativamente ai modelli legislativi. Il modello tradizionale fondato su forza, minaccia e coercizione è stato storicamente compatibile con una cultura che pretendeva resistenza e segni visibili e che finiva per premiare, sul piano simbolico e processuale, la neutralizzazione violenta del dissenso femminile. Il passaggio ai modelli centrati sul dissenso (“no means no